giovedì 18 agosto 2016
Nuova stagione, solito fucking Arsenal ?
Here we go. Again. Nuova stagione, solita carrellata infinita di aspettative, ed il solito Arsenal.
Solito perchè nonostante le buone premesse, nonostante un ottimo primo tempo, siamo riusciti a farci pareggiare per poi avere il solito quarto d´ora di bambola totale, dove il Liverpool ha fatto razzia come un armata di barbari. Da 1-0 a 1-4 il passo é stato breve seppur doloroso. Poi nel finale il solito arrembaggio, il 2-4, il 3-4 e le speranze di risvegliarci dall´incubo e di ritrovarci sul 4-4 a fine gara. Speranze vane. Il Liverpool ha retto e si é portato a casa i tre punti. Sull´Emirates é calata la notte fonda, fischi a riguardo di Arsene Wenger e solito malcontento da parte dei tifosi.
La frase SPEND YOUR FUCKING MONEY, che ogni tifoso dei Gunners ha ripetuto almeno una volta a settimana durante l´estate - anzi le estati - é di nuovo rimbalzata nella hit-parade dei post su twitter o sui vari blog. Feriti, oltraggiati da un altra partenza falsa e da un altro campionato dove l´obbiettivo sarà quello di entrare nelle prime quattro - soffrendo come siamo abituati a fare da una decina d´anni - i tifosi stanno perdendo la pazienza.
Premesso che il 90% dei rumours di mercato sono inventati - Mahrez, Higuain, etc. - e il restante 10% contenenti solamente parte della verità, non si capisce perchè Arsene Wenger abbia tante difficoltà nell´acquistare giocatori. Xhaka, pagato il giusto, é arrivato subito a giugno, poi sul mercato dell´Arsenal é calato il sipario, a parte l´arrivo del giovane difensore Holding.
ll famoso top-class striker, che da anni é atteso dalle parti dell´Emirates, non sarebbe mai arrivato, non perchè Arsene non volesse, ma per il semplice motivo che i migliori (Benzema, Lewandowskim, Aubameyang) sono tutti accasati e blindati, almeno per questa stagione. Mettiamoci l´anima in pace. Ma quello per cui rimango basito é che per rinforzarci non abbiamo bisogno di quelli, ma di un giocatore di medio-buon livello (Lacazette??) che possa essere inserito nel contesto ed offrire una alterantiva a Giroud, cosa che Welbeck, fuori causa fino ad anno nuovo, non potrà dare. Il capitolo difensore é ben diverso. Lí serve qualcuno anche numericamente, visti gli infortuni di Mertesacker e Gabriel, ma, più che testare Holding e Chambers, serve sopratutto un giocatore con buona esperienza internazionale (Mustafi??) che possa inserirsi subito al centro della difesa, senza aspettare 6 mesi come fatto con Gabriel quando arrivò dal Villareal.
Ma é giusto pensare che solo con nuovi rinforzi saremo competitvi? E se i nuovi giocatori che dovessero arrivare, per bravi che possano essere, non ci facessero fare il salto di qualità? La Premier League é piena di esempi a riguardo. Giocatori (stra)pagati che hanno fatto fiaschi totali. Ma il tifoso, cieco ed impaziente, vuole l´acquisto, vuole veder spendere i soldi da parte del club, vuole le nuove facce, vuole postare su twitter il video di youtube con skills and tricks.
Ma come é solito ripetere Wenger, "It is important to spend but even more important to spend it the right way.” Parole che sotto sotto nascondono un terribile presagio, quello di un altra estate passata ad aspettare il colpaccio dell´ultimo momento (che puntualmente non arriverà) ed un altra stagione passata a lottare per un piazzamenteo in top-4, ma distanti anni luce dalla lotta per il titolo (sebbene come sempre davanti al Tottenham), una prematura eliminazione al primo turno di League Cup da una formazione di Championship, qualche buona gara di Champions unita alla solita eliminazione cocente agli ottavi e magari lottare per la FA Cup.
@JuriGobbini
martedì 1 dicembre 2015
Jürgen Klopp e la vera storia del Gegenpressing
Febbraio 1983. Il mediano Ralf Rangnick,
giocatore-allenatore del Viktoria Backnang, formazione di sesta divisione
tedesca, non era nuovo ad amichevoli contro squadre di categoria superiore, ma
quel giorno non riuscì a smistare nemmeno una palla. Di solito i professionisti
ti lasciavano un po’ giocare, per poi colpire grazie alla loro maggiore classe.
In fin dei conti si trattava solo di una amichevole. Ma quei russi no. Non
appena uno di quei poveri dilettanti tedeschi aveva la palla, loro si
fiondavano in pressing, soffocando qualsiasi tentativo di giocata.
Ad un certo punto Rangnick si fermò, alzò lo sguardo ed
iniziò a contare gli avversari. Nove, dieci, undici… No, non giocavano in
superiorità numerica. Semplicemente praticavano un calcio ed un livello di pressione
mai visti prima.
I russi in questione erano la Dinamo Kiev, che erano
soliti passare l´inverno in Germania mentre il campionato sovietico era fermo
per la pausa invernale. Quella squadra era ricca di stelle dell´epoca, da Oleg
Blokhin ad Alexandr Zavarov, fino ad un giovanissimo Aleksey Mikhaylychenko.
Molti di quei giocatori facevano anche parte della nazionale URSS ed il loro
allenatore era il leggendario Valeri Lobanovski.
La Dinamo Kiev dovrebbe essersi trovata molto bene nella
pace del Baden-Württemberg, nell´allora Germania Ovest, visto che fecero
ritorno anche negli anni seguenti. Rangnick, incuriosito, diventò presenza
fissa a bordo campo. Munito di block-notes, iniziò a spiare gli allenamenti per
riuscire a capire esattamente come diavolo si allenavano.
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| Ralf Rangnick |
Nel frattempo Rangnick aveva pure iniziato il corso per
diventare allenatore professionista e nel 1985, a soli 27 anni, ottenne la sua
prima panchina ufficiale, quella dello Stoccarda II, le riserve degli Schwaben.
A Stoccarda, Rangnick incontrò Helmut Groß, che nei primi
anni 80 aveva guidato il Geislingen, un club che militava in sesta divisione,
nei campionati regionali del Baden-Württemberg. Seppur a livello
dilettantistico, Groß era un innovatore. Amante della zona e del calcio totale,
Groß aveva intuito fin d´allora che marcare a zona era più efficiente che farlo
ad uomo, e che l´energia risparmiata grazie al migliore posizionamento poteva
essere usata per pressare direttamente dentro la metà campo contraria e forzare
l´avversario all´errore.
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| Festa grande a Geislingen |
Nel 1984, il pressing del Geislingen fece una illustre
vittima. Nel secondo turno di Coppa di Germania, fu l´Amburgo allenato da Ernst
Happel e con Felix Magath in campo, ad essere sconfitto per 2-0 (qui gli highlights della gara), in quello che
è considerato uno dei più grandi risultati a sorpresa nella storia del calcio
tedesco. All´epoca Groß già non era più l´allenatore del Geislingen – fu Jakob
Baumann, il suo successore, a condurre in porto l´impresa – ma ovviamente
moltissimi meriti di quel colpaccio erano i suoi.
Groß era diventato nel frattempo l´allenatore del
Kirchheim, un club di quinta divisione, quando la Dinamo Kiev si presentò di
nuovo per una delle loro solite amichevoli invernali. Stavolta però il maestro
Lobanovski trovò di fronte un allievo molto ben preparato: il Kirchheim
inchiodò incredibilmente i russi sull´1-1. Rangnick invece era passato al Korb,
in settima divisione e mettendo in pratica quanto di teorico appreso: dopo la
pausa invernale modificò l´assetto tattico passando alla difesa a 4 e alla
marcatura a zona. Il Korb non perse nessuna gara da lì a fine campionato. Rangnick
pensò che, se il cambiamento portava i suoi frutti a livello dilettantistico-
dove i giocatori si allenavano di sera e due-tre volte a settimana - non
esisteva certo nessun impedimento per riproporlo a qualsiasi livello, in
special modo nei professionisti.
L´amicizia ed il rapporto professionale fra Groß e Rangnick col tempo aveva dato vita ad un turbine di idee da sviluppare, come in un laboratorio di chimica. Ma all´epoca libri o manuali non erano facili da reperire. Serviva ricercare materiale in giro per il mondo, o, in alternativa, alzare i tacchi e prendere l´auto, sobbarcandosi chilometri per spiare altri allenatori. Dall´Italia iniziarono ad arrivare numerose cassette VHS del Milan di Arrigo Sacchi: Groß e Rangnick fusero il loro videoregistratore a forza di play, pause, rewind, pause, play. Quaderno e penna in mano, i due iniziarono comprendere il funzionamento di quella perfetta macchina rossonera.
Ma Sacchi non fu l´unico allenatore della Serie A ad
essere preso come esempio. Rangnick si trovava in vacanza in Sud-Tirolo quando
si imbatté nel ritiro del Foggia, che Zdenek Zeman aveva appena portato dalla
serie C in A. Per il tedesco fu come scoprire l´albero della cuccagna: pressing
aggressivo a tutto campo e marcatura a zona. Tutto in versione estrema, naturalmente.
Controllando gli allenamenti, Rangnick ne scoprì però la durezza. Ma c´era una
logica. Per fare quel tipo di gioco, i calciatori dovevano essere il più forma
possibile, per rendere sempre al massimo. Non servivano necessariamente
campioni, ma occorreva gente disposta al sacrificio.
L´amicizia ed il rapporto professionale fra Groß e Rangnick col tempo aveva dato vita ad un turbine di idee da sviluppare, come in un laboratorio di chimica. Ma all´epoca libri o manuali non erano facili da reperire. Serviva ricercare materiale in giro per il mondo, o, in alternativa, alzare i tacchi e prendere l´auto, sobbarcandosi chilometri per spiare altri allenatori. Dall´Italia iniziarono ad arrivare numerose cassette VHS del Milan di Arrigo Sacchi: Groß e Rangnick fusero il loro videoregistratore a forza di play, pause, rewind, pause, play. Quaderno e penna in mano, i due iniziarono comprendere il funzionamento di quella perfetta macchina rossonera.
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| Tutti a lezione dal maestro Arrigo Sacchi |
Groß e Rangnick non erano i soli ad essersi accorti che
il calcio stava cambiando e che in alcuni paesi già queste filosofie tattiche
erano ben presenti. I successi del Milan di Sacchi non erano passati certo
inosservati e copie, più o meno di successo, delle idee del maestro di
Fusignano iniziarono a vedersi in giro per l´Europa. Uno di questi fu Wolfgang
Frank che nel 1995 che fu il primo ad introdurre tali metodi in una serie
professionista tedesca, dopo aver preso in mano un traballante Mainz (in
Bundesliga.2, la serie B tedesca). Il Mainz al momento dell´arrivo di Frank
aveva appena un punto e zero reti realizzate dopo otto giornata ed era
condannato alla retrocessione. La sua prima mossa fu quella di passare dalla
marcatura ad uomo a quella a zona ed introdurre il pressing. Il cambio fu
radicale ma portò i suoi frutti. Con i 32 punti ottenuti solo nel girone di
ritorno, il Mainz si piazzò a centro classifica. Fra i giocatori sotto la guida
di Frank, c´era anche uno spilungone biondo, che dopo aver iniziato la carriera
da centravanti si era riciclato difensore centrale e che nel 2001 diventerà poi
il tecnico del Mainz: Jürgen Klopp.
In silenzio, quasi timidamente, anche altre squadre
iniziarono a giocare a zona, specie in luoghi tranquilli e lontani dai
riflettori, come a Freiburg, Fürth, Wattenscheid e Uerdingen. Nel frattempo nel
1997, Rangnick ottenne la panchina del Ulm 1846 nella Regionalliga Süd, la terza divisione di allora. Gli Spatzen conquistarono subito una storica
promozione in Bundesliga.2 e, contrariamente ai pronostici, nella successiva
stagione continuarono a impressionare. Imbattuto dopo 16 giornate, l´Ulm
diventò oggetto d´attrazione per i curiosi ed i giornali tedeschi non esitarono
a definirla un “un’isola del calcio moderno”. Qualche critico arrivò ad
osservare che la squadra Under-14 dell´Ulm sapeva giocare a zona. Al contrario
della nazionale tedesca - che pochi mesi prima aveva preso un bello shampoo
dalla Croazia nei quarti di finale dei Mondiali di Francia.
A fine stagione l´Ulm otterrà una storica promozione in
Bundesliga, anche se Rangnick non salirà, almeno ufficialmente, sul carro dei
vincitori. L´allenatore si era infatti dimesso nel marzo del 1999 e per lui si
profilava già il grande salto con la panchina dello Stoccarda ad attenderlo.
Ma nel frattempo era successo qualcosa
di imprevisto. Invitato come ospite nei salotti di Sportstudio, lo storico programma trasmesso dalla ZDF, Rangnick
iniziò a parlare delle proprie teorie ed idee davanti ad una lavagna. Tuttavia
quell´uscita ebbe un effetto indesiderato. Fra gli addetti ai lavori più
conservatori, le idee di quel giovane allenatore furono viste come un attacco
alla tradizione. L´arrivo di Rangnick sulla scena sembrò quello di un occhialuto professore con tante idee, ma poca pratica. E poi la sua difesa a 4 andava ad
intaccare un ruolo che nel calcio tedesco fino a quel momento era sacro ed
intoccabile: quello del libero.
Frank Beckenbauer era il simbolo di quel ruolo: il
giocatore che organizza la difesa e che guida l´inizio della manovra. Il cuore della
squadra, insomma. Matthias
Sammer era l´ultimo esponente della generazione dei liberi “alla tedesca” ed
aveva vinto l´Europeo ed il Pallone d´Oro nel 1996. Ed in quei anni anche Lothar
Matthäus aveva arretrato il proprio raggio d´azione, alternando la posizione di
mediano davanti alla difesa con quella di libero. A livello di nazionale era
vero che il Mondiale di Francia era stato una delusione, ma i tedeschi avevano
vinto l´Europeo due anni prima e la Champions League (con il Borussia Dortmund)
nel 1997. Il Bayern Monaco sarebbe poi arrivato in finale nel 1999. Perché
cambiare, quindi?
Spesso le vittorie, o quantomeno i risultati positivi,
alterano la realtà. Ad inizio del secolo, in Europa nessuno giocava più con il
libero, ed il 4-4-2 in voga negli anni 90 stava lasciando piano piano spazio ai
flessibili 4-3-3 o 4-2-3-1. Unica costante la difesa a 4. Tuttavia in Germania
il muro di indifferenza verso il nuovo era duro da buttar giù. Il fiasco
dell´Europeo del 2000 era stato compensato dal secondo posto del Mondiale 2002
anche se la nazionale di Rudi Völler era tutto tranne che bella a vedersi.
Tremendamente aggrappati alla solidità di Ballack, ai gol di Klose ed alle
parate di Kahn, i tedeschi sfruttarono la cadute in serie di nazionali illustri
e raggiusero la finale solo dopo tre striminzite vittorie per 1-0 contro
Paraguay (ottavi), Usa (quarti) e Korea del Sud (semifinali).
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| Balakov vs Rangnick: uno scarso feeling che il tecnico pagò con l´esonero |
Ma il manager svevo, comunque, trovò presto un´altra
cavallo da cavalcare. Rangnick prese in mano l´Hannover 96, un club che era
sprofondato nell´anonimato e da oltre dieci anni non figurava ai vertici dei
campionati tedeschi. Prima stagione: promozione in Bundesliga. Seconda:
salvezza, grazie all´undicesimo posto. Terza: esonerato a Marzo dopo divergenze
con il club.
Proprio la minuziosità, l´attenzione al dettaglio
facevano di Rangnick un manager troppo pignolo, nel campo e fuori, e la sua
figura andava irrimediabilmente a cozzare, o prima o dopo, oltre che con le
eventuali star della rosa, anche con i vari dirigenti, direttori o presidenti
dei club nei quali allenava. Per questi motivi pure l´avventura con Schalke 04,
la sua terza squadra allenata da lui in Bundesliga, terminò anzitempo. Dopo il
secondo posto nella stagione 2004-05, lo Schalke 04 ebbe alcune difficoltà di
troppo ed i metodi di Rangnick furono di nuovo questionati da parte della
dirigenza. Nel dicembre 2005, dopo che lo Schalke 04 aveva battuto il
Mainz, Rangnick celebrò con un giro d´onore alla Veltins-Arena e il pubblico gli riservò una vera e propria
ovazione. Il club, ed alcuni giocatori, si sentirono provocati e due giorni
dopo gli venne dato il benservito. Ancora una volta i suoi detrattori
saltarono fuori ad obbiettare. Ma onestamente, in molti, anche i meno scettici,
iniziarono a pensare che Rangnick ed i suoi metodi non fossore tagliati per la
Bundesliga.
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| Bierhoff, Löw e Klinsmann ai Mondiali del 2006 |
Ma non c´era solo Klinsmann. Vi ricordate del Mainz di
Frank? E del suo successore? Si proprio lui. Klopp aveva preso in mano la
squadra nel 2001 e dopo due tentativi, alla terza stagione aveva conquistato la
promozione in Bundesliga. L´allenatore - soprannominato Harry Potter per gli
occhialetti ed la pettinatura da apprendista stregone – aveva appreso bene le
lezioni tattiche di Frank e Rangnick e ci aveva aggiunto un po’ del suo, ovvero
l´innata capacità di inculcare uno “spirito guerriero” ai propri giocatori - che
con lui sembravano correre il doppio - ed un carattere aperto e gioviale con cui aveva conquistato i tifosi. Klopp condusse il Mainz a due salvezze
consecutive, prima di retrocedere al termine della stagione 2006-07.
Contrariamente a quello che in molti pensano, non furono
i buoni risultati sportivi ottenuti a dare
la fama a Klopp, bensì un ruolo da commentatore durante la Conferation Cup del
2005. Fu negli studi della ZDF che Klopp si fece conoscere alla Germania
intera, entrando dentro i salotti di ogni famiglia. Gli stessi studi televisivi
dove la reputazione di Rangnick aveva subito un grosso danno qualche anno
prima.
Affiancato all´ex arbitro svizzero Urs Meier ed al grande
Beckenbauer, la presenza di Klopp fu una rivelazione ed un successo istantaneo:
l´esperimento si ripeté anche durante i Mondiali del 2006 e gli Europei del 2008.
Incaricato di spiegare gli aspetti tattici delle gare, Klopp si diresse al
pubblico in maniera dettagliata ma al tempo stesso semplice, come se stesse
parlando con un amico al bar. Ma Klopp non era solo lì per intrattenere il
pubblico: le sue analisi erano esaustive sotto ogni punto di vista. Il ragazzo
sapeva il fatto suo ed anche Beckenbauer se ne accorse. Mentre Klopp mostrava
il mancato movimento a scalare di un terzino o un centrocampista fuori
posizione, Kaiser Franz osservava
soddisfatto e spesso faceva cenno di sì con la testa. Quindi, se anche
Beckenbauer approvava…
Nel 2008, dopo aver tentato, fallendo, di riportare il
Mainz in Bundesliga, Klopp decise che era il momento di una nuova avventura e
si dimise: 20000 tifosi lo salutarono alla sua festa d´addio. Amburgo, Bayer
Leverkusen e persino il Bayern di Monaco – che alla fine scelse Klinsmann –
mostrarono il proprio interesse per quel giovane allenatore, ma alla fine fu il
Borussia Dortmund ad ingaggiarlo.
Mentre Klopp iniziava a farsi conoscere, almeno a livello
nazionale, Rangnick si era imbarcato in un'altra esotica avventura.
L´Hoffenheim era un club di ottava divisione prima che il miliardario Dietmar
Hopp – fondatore della ditta di software SAP - ne diventasse il proprietario e
nel 2006 aveva già raggiunto la terza serie. Fu allora che entrò in scena
il tecnico.
Rangnick si trovò in un ambiente vergine dal punto di vista calcistico, ideale per un tipo come lui. Chiese uno psicologo e loro lo assunsero. Consigliò di costruire una Academy per il settore giovanile – basata su quella d´Arsenal – e lo fecero. Suggerì un nuovo stadio ed ben presto arrivò la Rhein-Neckar Arena. La squadra era un misto di stranieri pescati in qua e là e sconosciuti tedeschi con due caratteristiche ben precise: giovani e scattanti. Il calcio a “tutto gas” proposto da Rangnick sbancò di nuovo e l´Hoffenheim si ritrovò presto in Bundesliga. Ma il club sembrava non fermarsi più: nel dicembre del 2008, l´Hoffenheim girò il girone d´andata in testa alla classifica, laureandosi Herbstmeister (campioni d´autunno). Tra le vittime anche il BVB di Klopp, sconfitto per 4-1.
Rangnick si trovò in un ambiente vergine dal punto di vista calcistico, ideale per un tipo come lui. Chiese uno psicologo e loro lo assunsero. Consigliò di costruire una Academy per il settore giovanile – basata su quella d´Arsenal – e lo fecero. Suggerì un nuovo stadio ed ben presto arrivò la Rhein-Neckar Arena. La squadra era un misto di stranieri pescati in qua e là e sconosciuti tedeschi con due caratteristiche ben precise: giovani e scattanti. Il calcio a “tutto gas” proposto da Rangnick sbancò di nuovo e l´Hoffenheim si ritrovò presto in Bundesliga. Ma il club sembrava non fermarsi più: nel dicembre del 2008, l´Hoffenheim girò il girone d´andata in testa alla classifica, laureandosi Herbstmeister (campioni d´autunno). Tra le vittime anche il BVB di Klopp, sconfitto per 4-1.
Il fenomeno Hoffenheim fece il giro del mondo ed il New York Times venne a visitare quel
piccolo paese del Baden-Württemberg per scoprirne i segreti. La squadra fece
vedere che nulla era impossibile e non servivano certo campioni per vincere e
giocare bene. I loro successi erano frutto della collettività, del gruppo, del
gioco di squadra e dietro a tutto questo c´era Rangnick il cui lavoro fu
finalmente riconosciuto in tutta la Germania e non solo. L´allenatore svevo fece
il suo ritorno trionfale negli studi della ZDF come ospite di Sportstudio e stavolta non ci fu nessuno
che mise in dubbio le sue teorie.
Tuttavia, il girono di ritorno dell´Hoffenheim fu
alquanto deludente e la squadra terminò settima. Oggettivamente fu un risultato
incredibile, ma dopo il girone d´andata, forse qualcuno si aspettava di piú. Il
calcio praticato da Rangnick richiedeva un grande dispendio di energie e i
giocatori dovevano essere sempre al top della forma per rendere al massimo.
Qualcuno, montandosi un po’ la testa, aveva probabilmente rallentato il ritmo,
mentre altri, più semplicemente, non erano stati in grado di reggere lo sforzo
fisico. I risultati risentirono del calo e le prestazioni tornarono ad essere
“normali”.
L´Hoffenheim giunse undicesimo nella stagione 2009-10 ma
nella stagione successiva Rangnick si dimise dopo divergenze con Hopp: il
manager spingeva per spendere ancora e puntare al titolo, mentre il presidente
aveva intenzioni opposte, ovvero cercare una via per stabilizzarsi in Bundesliga
e salvaguardare il futuro investendo sui giovani. La vendita di Luis Gustavo fu la
goccia che fece traboccare il vaso e Rangnick se ne andò, anche se non tardò
molto a trovare un'altra panchina.
Meno di tre mesi dopo, ecco di nuovo lo Schalke 04 a
bussare alla sua porta. Rangnick tornò alla Veltins-Arena e nello spazio di poche settimane riuscì a conquistare la semifinale di Champions
League - dopo aver umiliato i campioni uscenti dell´Inter, battendoli 5-2 a Milano – e la la Coppa di Germania, che ad oggi rimane il suo unico trofeo. Ma
i risultati ottenuti da Rangnick ad Gelsenkirchen furono però offuscati completamente
dall´ascesa di una altro personaggio nell´olimpo del calcio tedesco.
In meno di tre stagioni, dopo un paio di annate
difficile, con a disposizione un budget irrisorio, e con un gruppo di giocatori
poco conosciuti, Klopp era riuscito a costruire una squadra capace di vincere
la Bundesliga con 7 punti di vantaggio sul Bayer Leverkusen e ben 10 sul Bayern
di Monaco. E nella successiva stagione si era ripetuto ancora, conquistando anche
la Coppa di Germania, battendo il Bayern 5-2 nella finale di Berlino. Il grande
slam era stato mancato per poco, vista la sconfitta nella finale di Champions League
del 2013, ma Klopp era diventato il personaggio del momento: simpatico, cool, sempre
con l´aria da guascone, il biondo allenatore era un modello da imitare in tutto
e per tutto. Passionale, vibrante e grande comunicatore, Klopp era capace di
ottenere il massimo dai suoi giocatori che sul campo erano disposti a correre
come matti in uno stile di gioco che venne battezzato come Gegenpressing.
Ma cosa è realmente il Gegenpressing? Il Gegenpressing
è la pressione sistematica che una squadra effettua contro i propri rivali. Ma nel 2010, non rappresentava certo una novità nel mondo del calcio. Il pressing sistematico era alla base di tante filosofie calcistiche, da Sacchi a Zeman fino a Marcelo Bielsa. Era anche una delle caratteristiche del Barcellona di Pep Guardiola che non appena persa palla attaccava per riconquistarla il prima possibile, sfiancando poi gli avversari con l´incessante possesso palla, alias tiki-taka.
Anche Klopp basava il proprio lavoro su questi principi ma l´esecuzione quasi maniacale fu una novità in Bundesliga. Una volta persa palla, l´obbiettivo era quello di riconquistarla immediatamente e puntare direttamente alla porta il più rapidamente possibile, sfruttando il fatto che l´avversario doveva ancora riposizionarsi correttamente. Bloccare la ripartenza avversaria, causandola una a favore. Statisticamente, il BVB di Klopp aveva pochi corner a favore, segno che i giocatori cercavano sempre di finalizzare la giocata, canalizzandola verso il centro, con una conclusione, invece di aprire il gioco sulle fasce e crossare.
Se gli avversari iniziavano l´azione invece, il Borussia Dortmund gli dava la possibilità di avanzare in maniera tranquilla, attirandoli in una trappola. Ma il pressing doveva essere eseguito in maniera coordinata: di solito i giocatori del BVB identificavano un anello debole nella squadra avversaria e come uno sciame di vespe si avventavano non appena avesse la palla.
Il lavoro svolto da Klopp aprì più di una breccia nel calcio tedesco costringendo molte squadre a rivedere il proprio approccio. Il Bayern di Monaco per esempio si accorse che la leziosità del calcio fraseggiato proposto da Louis van Gaal non aveva futuro, almeno in Bundesliga. Quando Jupp Heynckes arrivò alla guida ci fu una sterzata verso il Gegenpressing, e fu proprio questa l´arma usata dai bavaresi per vincere il triplete (Champions, Campionato e Coppa di Germania) nel 2013.
Nella sua prima stagione a Monaco, Guardiola commentò il fatto che una qualsiasi squadra tedesca era in grado di effettuare un contropiede in meno di 11 secondi. «Esta liga es bestial en materia de contraataques. Es la “Contra-Bundesliga” - dichiarò l´allenatore catalano nel libro Herr Pep – en ningún lugar como en Alemania hay tantos equipos tan eficaces al contraataque y tan rápidos.» Uno dei primi aspetti che Guardiola affrontò in Germania fu proprio quello di evitare che il Bayern cadesse vittima di questo tipo di contropiedi (vedi la sconfitta casalinga 0-3 per mano del BVB di Klopp nella sua prima stagione) ed ha affinato fin qui un sistema di gioco per ridurre tale problema che ha portato il Bayern a diventare oggi una macchina (quasi) perfetta sia in attacco che in difesa.
Ma il Gegenpressing, oltre a richiedere un enorme dispendio di energie, non è certo un sistema infallibile. Lo stesso BVB nel tempo si era leggermente evoluto, aumentando la percentuale di possesso palla ed elaborando un gioco più articolato, fino però a perdere il proprio smalto e finire settimo nella stagione 2014-15.
Tuttavia, la modernizzazione del calcio tedesco ha cambiato la concezione del ruolo dell´allenatore. Non più un privilegio per ex-calciatori, ma una professione che poteva essere imparata, affinata e perfezionata sul campo, giorno dopo giorno. Negli ultimi anni numerose facce nuove si sono affacciate in Bundesliga – incluso Guardiola – e le squadre sono tutte costruite basandole sul Gegenpressing: rose giovani, ma allo stesso tempo di qualità, in grado di reggere gli alti ritmi ed il livello tecnico richiesti. E questo spiega anche la facilità con cui in Germania vengono sfornati talenti anno dopo anno con un ricambio quasi naturale. Il presunto campione dal piede magico che però passeggia in campo non è più tollerato. Ma allo stesso tempo nemmeno i corridori dalla scarsa tecnica sono ben accetti. Oggi giorno un giocatore deve saper offrire conoscenze tattiche, livello atletico e tecnica sopraffina. E nei settori giovanili si lavora per far si che i ragazzini abbiano tutte le carte in regola per diventare calciatori. Qualche eccezione viene fatta per il ruolo di difensore centrale, dove la fisicità è ancora importante, ma in generale se un giovane è scarso in uno dei tre requisiti fondamentali, difficilmente potrà fare carriera.
Anche Klopp basava il proprio lavoro su questi principi ma l´esecuzione quasi maniacale fu una novità in Bundesliga. Una volta persa palla, l´obbiettivo era quello di riconquistarla immediatamente e puntare direttamente alla porta il più rapidamente possibile, sfruttando il fatto che l´avversario doveva ancora riposizionarsi correttamente. Bloccare la ripartenza avversaria, causandola una a favore. Statisticamente, il BVB di Klopp aveva pochi corner a favore, segno che i giocatori cercavano sempre di finalizzare la giocata, canalizzandola verso il centro, con una conclusione, invece di aprire il gioco sulle fasce e crossare.
Se gli avversari iniziavano l´azione invece, il Borussia Dortmund gli dava la possibilità di avanzare in maniera tranquilla, attirandoli in una trappola. Ma il pressing doveva essere eseguito in maniera coordinata: di solito i giocatori del BVB identificavano un anello debole nella squadra avversaria e come uno sciame di vespe si avventavano non appena avesse la palla.
Il lavoro svolto da Klopp aprì più di una breccia nel calcio tedesco costringendo molte squadre a rivedere il proprio approccio. Il Bayern di Monaco per esempio si accorse che la leziosità del calcio fraseggiato proposto da Louis van Gaal non aveva futuro, almeno in Bundesliga. Quando Jupp Heynckes arrivò alla guida ci fu una sterzata verso il Gegenpressing, e fu proprio questa l´arma usata dai bavaresi per vincere il triplete (Champions, Campionato e Coppa di Germania) nel 2013.
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| Pep Guardiola |
Nella sua prima stagione a Monaco, Guardiola commentò il fatto che una qualsiasi squadra tedesca era in grado di effettuare un contropiede in meno di 11 secondi. «Esta liga es bestial en materia de contraataques. Es la “Contra-Bundesliga” - dichiarò l´allenatore catalano nel libro Herr Pep – en ningún lugar como en Alemania hay tantos equipos tan eficaces al contraataque y tan rápidos.» Uno dei primi aspetti che Guardiola affrontò in Germania fu proprio quello di evitare che il Bayern cadesse vittima di questo tipo di contropiedi (vedi la sconfitta casalinga 0-3 per mano del BVB di Klopp nella sua prima stagione) ed ha affinato fin qui un sistema di gioco per ridurre tale problema che ha portato il Bayern a diventare oggi una macchina (quasi) perfetta sia in attacco che in difesa.
Ma il Gegenpressing, oltre a richiedere un enorme dispendio di energie, non è certo un sistema infallibile. Lo stesso BVB nel tempo si era leggermente evoluto, aumentando la percentuale di possesso palla ed elaborando un gioco più articolato, fino però a perdere il proprio smalto e finire settimo nella stagione 2014-15.
Tuttavia, la modernizzazione del calcio tedesco ha cambiato la concezione del ruolo dell´allenatore. Non più un privilegio per ex-calciatori, ma una professione che poteva essere imparata, affinata e perfezionata sul campo, giorno dopo giorno. Negli ultimi anni numerose facce nuove si sono affacciate in Bundesliga – incluso Guardiola – e le squadre sono tutte costruite basandole sul Gegenpressing: rose giovani, ma allo stesso tempo di qualità, in grado di reggere gli alti ritmi ed il livello tecnico richiesti. E questo spiega anche la facilità con cui in Germania vengono sfornati talenti anno dopo anno con un ricambio quasi naturale. Il presunto campione dal piede magico che però passeggia in campo non è più tollerato. Ma allo stesso tempo nemmeno i corridori dalla scarsa tecnica sono ben accetti. Oggi giorno un giocatore deve saper offrire conoscenze tattiche, livello atletico e tecnica sopraffina. E nei settori giovanili si lavora per far si che i ragazzini abbiano tutte le carte in regola per diventare calciatori. Qualche eccezione viene fatta per il ruolo di difensore centrale, dove la fisicità è ancora importante, ma in generale se un giovane è scarso in uno dei tre requisiti fondamentali, difficilmente potrà fare carriera.
Nel
frattempo molti discepoli di Rangnick (attualmente allenatore della RB Lipsia), Groß e Klopp (ingaggiato lo scorso Ottobre dal Liverpool) hanno iniziato a diffondersi
a macchia d´olio in terra tedesca.
Roger
Schmidt aveva lavorato con Rangnick e Groß alla Red Bull di Salisburgo prima di
diventare il tecnico del Bayer Leverkusen; Tayfun Korkut, lo scorso anno sulla
panchina dell´Hannover, era stato allenatore delle giovanili dell´Hoffenheim ai
tempi di Rangnick; Markus Gisdol, fino a qualche settimana fa alla guida
dell´Hoffenheim, aveva addirittura giocato con il Geislingen negli anni 80; Thomas
Tuchel, attuale tecnico del BVB, oltre ad aver allenato il Mainz nel
dopo-Klopp, era stato giocatore dell´Ulm con Rangnick ed allenatore
dell´Under-19 dello Stoccarda quando Rangnick era alla guida della prima
squadra e Groß incaricato di sovraintendere il settore giovanile; anche Klinsmann
mosse i primi passi calcistici nel Geislingen e nello Stoccarda; e Klopp, Rangnick, Groß, Klinsmann e Löw sono tutti nativi del Baden-Württemberg,
la regione a sud-ovest della Germania. Semplici coincidenze? Forse no…
Fonti Info:
Das Reboot: How German Football Reinvented Itself and Conquered the World by Raphael Honigstein
Herr Pep by Marti Perarnau
mercoledì 18 novembre 2015
Inchiesta Calcio Giovanile: l´Importanza dei Vivai
Nel 2001, un sedicenne attaccante portoghese, militante con lo Sporting Lisbona, fu raccomandato all´Inter. L´ex-giocatore nerazzurro Luis Suarez, da sempre in collaborazione con il club, si diresse allora nella capitale portoghese per vederlo all´opera. Ma nonostante il parere positivo ed il costo relativamente basso dell´operazione - stimato attorno ai 2 Milioni di Euro - il presidente Massimo Moratti bocciò la trattativa alludendo al fatto che era sua intenzione comprare un “prodotto finito” anziché un teenager. Quel giocatore si chiamava Cristiano Ronaldo. (Fonte: Cristiano Ronaldo: The biography di Guillem Balague)
Esistono varie maniera di fare scouting nel mercato giovanile. Chi cerca, come fece Moratti, il “prodotto finito”, quel giocatore con già alle spalle sufficienti minuti per essere considerato pronto per la prima squadra, chi invece ha strutturato una vasta rete di osservatori in grado di setacciare a fondo alcune precise zone - vedi l´Udinese col Sudamerica - e, nonostante i noti rischi del “comprare a stock”, riesce quasi sempre a compiere veri e propri affari low-cost.
Altre società invece preferiscono agire in maniera ibrida: il rischio sembrerebbe sulla carta minore, a meno che l´agente - in teoria di fiducia - ti rifili il “pacco” dopo averti incantato con referenze gonfiate ed esplosivi filmati di presentazione, buoni forse per Youtube ma poco utili quando la parola spetta al campo.
Ci sarebbe inoltre una quarta maniera di fare calcio ed è forse quella più semplice: coltivare i talenti in casa, facendoli crescere con gli ideali e i valori del club e poi lanciarli in prima squadra al momento opportuno. Non tutte le squadre ci riescono però. Molte sembrano disinteressate da quello che succede nelle giovanili e considerano il vivaio come una palla al piede. Altre invece sbandierano al vento i campionati giovanili vinti, ma quando poi si tratta di dare fiducia a quei promettenti ragazzini le porte, come per magia, si chiudono. A volte a doppia mandata.
Ovviamente vi sono due facce della medaglia: non tutte le piazze sono in grado di assimilare l´introduzione in prima squadra di giovani e spesso anche l´opinione pubblica gioca un fattore negativo. Un tifoso infatti, illuso che la propria squadra trovi il nuovo Maldini o il nuovo Messi, preferisce l´arrivo di uno sconosciuto straniero piuttosto che la promozione di un primavera. E nemmeno la stampa, pronta a etichettare con troppa fretta giovani promesse come fenomeni, non aiuta di certo.
Ma quanto conta realmente un vivaio? Una risposta interessante ce la dà il CIES (Centre for Sports Studies) che ha recentemente analizzato 31 campionati europei, ottenendo dati importanti sul rapporto fra settori giovanili e prime squadre.
Uno dei dati di maggior spicco è quello che vede l´Italia al penultimo posto per giocatori impiegati nel campionato di Serie A che provengono dai settori giovanili italiani: solo l´8,6%. Spagna (23,7%) e Francia (19,4%) sono anni luce davanti alla Serie A, mentre in Europa è il bielorusso il campionato in testa a questo tipo di statistica (ben 34%).
Ma è così difficile lanciare giovani in prima squadra? E quali sono gli ostacoli principali? Certamente molto dipende dal tipo di campionato e dai singoli obbiettivi di una società. Ricorrere a teenager quando ti stai giocando una salvezza o un titolo è ben più difficile che quando una squadra naviga stabilmente a metà classifica. E un campionato polacco o bielorusso non può essere nemmeno paragonato alla Premier League o alla Liga spagnola. Inoltre, avere o meno soldi per muoversi sul mercato è un altro fatto determinante. Se puoi spendere e comprare l´ingranaggio che manca, non ricorrerai mai al ragazzino.
Però il problema potrebbe stare a monte. Spesso manca la volontà a livello societario e le incertezze che regnano all´interno di un club si ripercuotono in scelte di questo tipo: molte volte l´opzione più facile è quella di non rischiare, e così i giovani vengono lasciati in naftalina.
Dei 5 campionati principali (inglese, tedesco, francese, spagnolo ed italiano) solo due squadre hanno almeno la metà degli uomini in rosa provenienti dal proprio settore giovanile: il Las Palmas (50%) e l´Athletic Bilbao (63%) mentre i bielorussi del Gomel hanno quasi tutta la rosa (92%) prodotta in casa propria. Tuttavia, la scelta del club non ha dato i frutti sperati: il Gomel è infatti appena retrocesso.
Viceversa, non è matematico che un club che non lanci giovani sia destinato a far meglio di chi lo fa. Fra le squadre che non possiedono in rosa nessun elemento cresciuto nel proprio vivaio vi sono infatti Carpi ed Hellas Verona, che attualmente occupano l´ultimo ed il penultimo posto della Serie A. Anche il Granada ed il Tondela sono ultimi in graduatoria, rispettivamente in Spagna e Portogallo, mentre l´KV Oostende inverte completamente la tendenza: i belgi sono momentaneamente al primo posto della Pro League.
Difficile quindi stabilire che la presenza o meno di giovani del proprio settore giovanile incida in maniera fissa sulle sorti di una squadra. A volte poi deriva dalla qualità degli stessi. Vi sono settori giovanili che producono talenti quasi in serie, ed altri che riescono ad avere giocatori degni di nota ogni 3-4 anni. Ma la produzione, oltre ovviamente al bacino d´utenza e alla fortuna di avere fra le proprie file il “fenomeno di turno”, dipende molto dalla di chi gestisce ed allena quei ragazzini. Un settore giovanile non si improvvisa dal giorno alla notte.
Per diventare calciatori professionisti non basta essere dotati solamente di talento naturale, ma occorre che il processo di crescita tecnica, tattica e di maturazione, venga seguito da persone competenti e preparate sotto ogni aspetto che riescano a dare al ragazzino tutti gli strumenti necessari a migliorare giorno dopo giorno. In campo e fuori.
Per far questo ovviamente servono le strutture ed il personale idoneo ed è altrettanto importante che il club riesca a trasmettere ai ragazzini i propri valori. Non è un caso che nella Masia – la famosa Academy del Barcellona- siano cresciuti ben 44 calciatori militanti nei 5 campionati principali. Il club catalano è da sempre il top per la formazione di giovani talenti ed uno dei fattori che incide maggiormente è una certa stabilità tecnica. Indipendentemente da chi sia l´allenatore della prima squadra la filosofia imposta nella cantera blaugrana rimane sempre quella - il famoso 4-3-3 ed il gioco “all´olandese” le cui radici risalgono all´epoca di Johan Cruyff - e ciò ha dato al settore giovanile catalano un´identità ben precisa.
C´è poi il caso dell´Athletic Bilbao, che oltre a covare talenti rappresenta una istituzione delle tradizioni basche – anche se quelli della Real Sociedad la pensano diversamente, ma questa è un´altra storia - ed il fatto che ammetta solo giocatori locali riduce il bacino di utenza ma aumenta le proporzioni dei risultati raggiunti nella storia del club.
Ma il Barcellona non è l´unico club di prima fascia a lavorare bene. Tanti hanno settori giovanili all´avanguardia, anche se poi molti club, grazie alla generosa disponibilità economica, preferiscono comprare “il prodotto finito”: vedi PSG o Bayern München per esempio.
Nella top 20 vi sono anche due squadre italiane, l´Inter e l´Atalanta. Ma dei 20 giocatori cresciuti nel vivaio milanese solo due sono ancora in rosa, mentre 18 stanno tentando la fortuna altrove. Questo non significa che ad Appiano Gentile non si producano buoni giocatori, semmai la recente instabilità tecnica (7 allenatori cambiati dal 2010) e societaria hanno fatto sì che ogni stagione si ripartisse da zero o quasi.
La stessa cosa andrebbe detta del Chelsea, anche se la squadra londinese non figura in nessuna lista. I blues hanno vinto 4 delle ultime 6 FA Youth Cup (ed in una occasione sono stati sconfitti in finale) e nel 2015 hanno conquistato anche la UEFA Youth Cup. Senza ombra di dubbio quello del Chelsea è il settore giovanile migliore d´Inghilterra ed uno dei migliori a livello europeo, ma quanti di quei ragazzi sono poi saliti in prima squadra? Il fatto che John Terry sia l´ultimo elemento uscito dalle giovanili ad aver trovato impiego fisso in prima squadra la dice lunga sulle difficoltà a cui vanno incontro una volta completata la trafila nelle giovanili.
Delle ultime covate, attualmente solo Ruben Loftus-Cheek è stato aggregato alla corte di José Mourinho – appena 63 minuti giocati per lui in questa stagione – mentre tutti gli altri già venduti o in prestito in squadre satelliti, di solito al Vitesse o in serie minori inglesi. In attesa probabilmente di essere liquidati per sempre o usati come contropartita tecnica in operazioni di mercato.
Ma dietro a queste mosse potrebbe essere nascosta una precisa scelta societaria: comprare una giovane promessa (generalmente a basso costo) e lasciarla crescere fra Academy e prestiti vari genera un aumento del valore di mercato dello stesso giocatore. E permette soprattutto al club di intascare buone somme: dalla sola compravendita di Romelu Lukaku, Kevin de Bruyne e Thorgan Hazard il Chelsea ha ricavato ben oltre £26m. Quella che in teoria dovrebbe essere la base per il futuro, in realtà sembra essere puro business.
Anche analizzando i singoli giocatori lanciati in prima squadra questa stagione, i dati sono soggetti a diversi angoli di interpretazione. Dei tre militanti in Serie A solo il senagalese dell´Empoli Assane Diousse (arrivato in Italia nel 2010) può definirsi prodotto locale mentre sia Oliver Ntcham (Genoa) che Pedro Pereira (Samp) sono cresciuti altrove. Il primo, in prestito dal Manchester City, in Francia, mentre il secondo con il Benfica. Il "parodosso italiano" é che Mario Piccinocchi, milanese e cresciuto nel Milan, é in testa alla classifica per minuti giocati: il giovane centrocampista in estate è stato venduto al Vicenza che poi lo ha girato in Svizzera, dove sta ottenendo la chance di giocare titolare alla corte di Zdenek Zeman.
In generale, statistiche a parte, sono le politiche societarie ed la propensione dell´allenatore ad incidere molto sul lancio di giovani. Non tutti hanno il coraggio di sbolognare Ronaldinho e Deco (e mettere in panchina allo stesso tempo Thierry Henry e Yaya Toure) per far giocare gli sconosciuti Pedro e Sergi Busquet, o di lasciar partire un Patrick Viera al top della carriera per rimpiazzarlo con il teenager Cesc Fabregas. E non tutti sono capaci di vincere una Champions League, battendo il Milan di Fabio Capello, con una rosa di elementi - dei quali molti nemmeno ventenni - cresciuti quasi tutti nel proprio vivaio, come fece Louis van Gaal con l´Ajax a metà anni 90. Difficile che succeda ancora, ed ancor più improbabile, visti i numeri ed il trend negativo, che accada con una squadra italiana.
Fonte immagini: www.football-observatory.com
domenica 26 gennaio 2014
David Moyes ed il Fantasma di Sir Alex
MOYES: Sir Alex! Mi hai spaventato a morte!
FERGUSON: I fantasmi del passato, Davie. Sempre ti perseguiteranno, fintanto glielo consentirai.
MOYES (allungando la mano verso Ferguson): Non sapevo saresti venuto. Sei qui per questioni riguardanti il club?
FERGUSON: Tu me lo dovresti dire. Ho sentito che Mata è qui in sede.
MOYES: Sta facendo le visite mediche. Sarà qui a momenti. Perché sei qui?
FERGUSON: Solo una chiaccherata, Davie.
| Nella vita c'è sempre qualcosa di cui pentirsi |
(Moyes non dice niente, Ferguson si siede).
Ascoltami, Davie. Non sono convinto a proposito. Sono un sacco di soldi per un giocatore che non ha giocato molto. Per questo non mi è mai piaciuto fare acquisti a gennaio.
MOYES: Certo, posso capirti. Ma….
FERGUSON:E’ una zona del campo dove siamo già coperti: Rooney, Kagawa, Januzaj. Anche Fellaini può giocare lì
MOYES: Ma un giocatore del suo calibro non sempre è disponibile sul mercato, Sir Alex. E la squadra che abbiamo …
FERGUSON (interrompe Moyes): La squadra che tu hai dall’inizio della stagione ha vinto la Premier League con 11 punti di vantaggio. Adesso tu sei settimo, fuori da entrambe le coppe, i tifosi sono esasperati, i giocatori sono frustrati, la stampa ti sta facendo a pezzi e tu sei nel panico.
| Naturale evoluzione della specie |
MOYES: Non sono nel panico. Ok. Non siamo certo dove volevamo essere. Ma non è tutta la crisi che la gente fa credere.
FERGUSON (avvicinandosi a Moyes) Hai gli occhi infiammati, Davie. Dormi la notte?
(Moyes non risponde. Qualcuno ha bussato alla porta. Prima che Moyes può rispondere, la porta si apre. E’ Juan Mata)
MATA: E’ l’ufficio del manager?
MOYES: Si.
(Mata entra mentre Ferguson se ne va senza presentarsi. Mata si siede)
| Così si insegnano i trucchi del mestiere |
MOYES: Sto invecchiando molto.
MATA: La scorsa note era così stanco che sono andato dritto in hotel a dormire. Non so nemmeno cosa è successo contro il Sunderland. Hai i giornali?
MOYES (con un braccio toglie di torno i giornali presenti sulla sua scrivania) No... Voglio dire… Questi sono vecchi. Noi… Abbiamo vinto. 2-1
MATA: Quindi siamo andati ai rigori? Come è finita?
MOYES: Ad essere onesto non me lo ricordo. Comunque, è fantastico che tu sei qui. C’erano voci che la scorsa notte fosti rigirato sulla M6 e tornato a casa.
MATA: Solo uno scherzo su Twitter. Non dovresti credere troppo a quello che leggi in Twitter.
MOYES: Quindi la storia del rigore calciato da Phil Jones?
| Anche la Polizia di Chorlton se la ride... |
MOYES: Hai già incontrato gli altri?
MATA: Si, ma David De Gea non c’era. Se lascio il mio numero, sarà in grado di contattarmi* ?
MOYES: Dubito. Ultimamente non ne blocca molte*
*= in un gioco di parole, per entrambe le espressioni è stato usato Get hold che significa sia bloccare, avere la presa, sia contattare, raggiungere;
MATA: Quindi, mister. Io voglio dire solo che è un onore. Gente dice che il manager non è molto importante tanto quanto i giocatori, il proprietario e il direttore sportivo. Il bello del calcio inglese? Il manager è il padre del club. Il numero uno. Tutti lo rispettano. Quello che dice è legge. Non vedo l’ora di iniziare. Quando vuoi che incominci ad allenarmi?
MOYES: Quando pare a te.
MATA: Bene. Come tu sai, un giocatore vuole solo essere ammirato e rispettato. Al Chelsea non mi sentivo più necessario. Non sono un ala, la mia posizione è dietro al centravanti. E' lì che devo giocare.
| C'è sempre una soluzione... |
MATA: Questo non va bene. Io devo giocare dove mi sento più a mio agio.
MOYES: Tu saprai, il capo di Old Trafford è molto più grande di tanti altri. Sicuro che troveremo spazio per te da qualche parte.
MATA: Devo dire anche che non vedo l’ora di giocare con Rooney. Rooney vuole rimanere?
MOYES: Scusa. Chi?
MATA: Wayne Rooney. Vuole rimanere?
MOYES: Al cento per cento. Abbiamo avuto problemi con lui? Si. Lui ha fatto una richiesta di cessione? Si. Si è presentato al campo di allenamento con una maglia del Chelsea? Si. Ma questo è il passato. Non credo che ultimamente abbia indossato nessuna maglia del Chelsea. Almeno non dallo scorso Natale.
MATA: Tutto quello che voglio dallo United è condividere le mie ambizioni. Ho vinto una Champions League e un Mondiale. Ma voglio di più. Non credo in Dio, ma quando sei lì, alzando una Champions League con le tue mani….Non ti senti una divinità? Non è così?
MOYES: Si... In realtà mi ricordo che quando vinsi la Division Two con il Preston nel 2000 quel momento fu per me …quasi religioso…
MATA: Voglio competere per la Premier League e giocare in Champions League ogni stagione. Voglio vincere trofei. Voglio che i migliori giocatori al mondo vengano al Manchester United. E soprattutto voglio giocare per un manager che si senta il migliore al mondo. Non è così?
(Improvvisamente la porta si apre. Ferguson è sulla soglia. Moyes ha un sussulto)
MOYES: Sir Alex?
FERGUSON: Rispondigli, Davie. Ci credi?
(Moyes fissa prima Ferguson e poi Mata che ha un’espressione stranita)
FERGUSON: Non ti può aiutare, Davie. Tu sei l’unico che può vedermi.
MATA: Mr Moyes? Tutto OK?
(Moyes non riesce a parlare. Guarda prima Ferguson, poi la cabina dei trofei vuota sulla sua destra e poi ancora Ferguson)
FERGUSON: I fantasmi del passato, Davie. Sempre ti perseguiteranno, fintanto glielo consentirai…
Traduzione dell'articolo : David Moyes persuades Juan Mata to join Manchester United against the advice of Sir Alex: A one act play pubblicato sul Telegraph
@JuriGobbini
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